Narrativa

Viaggiare è il mio peccato

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Agatha Christie in Medio Oriente

Nel 1946 esce “Viaggiare è il mio peccato” un resoconto di viaggi in Medio Oriente intrapresi dalla Christie negli anni Trenta insieme al marito, l’archeologo Max Mallowan.

Il viaggio raccontato in questo memoir parte dalla Stazione Victoria a Londra. La prima fermata sarà a Calais, in Francia, dove i coniugi salgono a bordo del treno più leggendario di sempre, l’Orient Express. Quest’ultimo sembra non vedere l’ora di lasciarsi alle spalle l’Occidente per tuffarsi nel misterioso e più emozionante Oriente. La locomotiva, sbuffando con forza, attraversa tutta l’Europa fino alla Jugoslavia, per poi puntare dritta alla Turchia.

L’andatura si fa sempre più lenta, le fermate si prolungano, gli orologi delle stazioni indicano orari contrastanti. I nomi delle località sono scritti in caratteri affascinanti e improbabili. Le locomotive si fanno tonde e assumono un’aria paciosa; i fumaioli emettono un fumo particolarmente nero e greve. I conti del vagone ristorante sono vergati in sconcertanti grafie e valute e fanno la loro comparsa bottiglie di strane acque minerali.

La loro meta è la Siria, terra antica e affascinante. Approdati a Beirut i coniugi devono organizzare una squadra con cui intraprendere dei sopralluoghi esplorativi. La regione che li interessa si trova a nord del paese, lontano dalle città principali, dove il territorio siriano è in gran parte desertico. Una zona ricca di siti archeologici a forma di collina, denominati Tell.

Scavando tra i numerosi strati di cui essi sono composti vengono alla luce reperti preziosissimi, riconducibili a insediamenti di epoca preistorica. Le spedizioni condotte da Max Mallowan e la sua squadra passeranno alla storia per aver scoperto siti come quelli di Chagar Bazar e Tell Brak, sulle rive del fiume Habur, e quelli di Arpachiya e Ninive che si trovano invece nei territori dell’Iraq, nei pressi dell’odierna Mosul. Anche se ricchi di tesori inestimabili, i Tell si mostrano all’osservatore inconsapevole come delle banali piccole alture.

“Che posto curioso” osservò “è pieno di bernoccoli!”

“Già, bernoccoli!”, esclamò il colonnello. “Ma non ti rendi conto, mio irriguardoso amico, che ognuno di questi bernoccoli rappresenta una città sepolta, antica migliaia di anni?”

A Beirut li raggiunge Hamoudi, amico fraterno di Max, al quale viene affidato il ruolo di caposquadra che coordinerà gli uomini addetti agli scavi. Il rapporto fra Max e Hamoudi nasce dall’aver lavorato insieme per molti anni. Li lega una grande amicizia che fa sì che i due passino molto tempo a discutere e a confrontarsi su tutto, lasciando un po’ in disparte Agatha.

Ben presto si aggiunge al gruppo anche Mac, un giovane e taciturno architetto che li seguirà lungo la spedizione. Mac non sembra interessato a nulla fuorché al suo diario di viaggio, sul quale prende forsennatamente appunti. Alla Christie viene lasciato il compito di provare a coinvolgerlo in una conversazione che contempli più di due parole e qualche cenno di assenso. Nonostante i suoi baldanzosi tentativi, però, la scrittrice non riesce a far breccia su Mac, il quale le regala solo lunghi e imbarazzanti silenzi.

A completare questo variopinto gruppo arriva Michel, un tuttofare che si occupa principalmente di procurare ciò che occorre: il cibo, i mezzi di trasporto, la benzina e ogni cosa possa essere utile. L’uomo però ha un grosso difetto, vuole risparmiare a tutti i costi. Vantandosi della propria abilità nel concludere trattative vantaggiose, torna carico di merce dall’aria estremamente misera che ha tutta l’aria di non valere nemmeno il prezzo stracciato che è stata pagata.

A bordo di una sgangherata auto, e accompagnati da un camion battezzato Queen Mary che servirà a trasportare i materiali, il gruppo parte finalmente per la zona designata. Gli scavi prendono avvio ed iniziano i primi entusiasmanti ritrovamenti, così ad Agatha viene assegnato il compito di fotografare e catalogare i reperti per tenerne traccia. La Christie si rimbocca le maniche e costruisce da sola una rudimentale camera oscura dove sviluppare i negativi, combattendo contro il caldo asfissiante che non dà tregua fino al tramonto.

Nel tempo libero, poi, si dedica a ciò che le riesce meglio: osservare lo stile di vita degli autoctoni e prendere mentalmente nota di tutto ciò che accade attorno a lei. Il viaggiatore europeo non può che rimanere sorpreso e affascinato dalle diverse consuetudini e credenze del Medio Oriente: il rapporto con i soldi, quello con la morte e il ruolo della donna, per citarne solo alcuni.

La Siria è un paese nel quale convivono arabi, armeni, yazida, curdi, ognuno con la propria religione e i propri costumi e tutti diffidenti verso gli altri gruppi. Bisogna anche ricordare la presenza dei Services Specieux sul territorio. Dopo la caduta dell’Impero Ottomano, infatti, la Siria venne affidata all’amministrazione francese, la quale cercava di coesistere con il potere degli sceicchi locali. Il risultato di tutto ciò era una burocrazia che avrebbe fatto diventare matto chiunque, soprattutto gli organizzatissimi inglesi.

Per non vivere mesi in scomode tende da campo, a un certo punto i coniugi acquistano una casa nei pressi degli scavi e assumono del personale che si occupi della sua gestione. Tra i siparietti più comici del libro spiccano quelli tra Agatha e la servitù. Il povero Mansur che cerca di seguire le regole della Christie su come si facciano correttamente le pulizie in casa, come rifare un letto o apparecchiare la tavola e, soprattutto, come preparare un buon té, non può che fare tenerezza. Perché l’uomo ce la mette davvero tutta. E il vero scontro culturale, alla fine, si combatte sul terreno incredibilmente scivoloso delle faccende domestiche.

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Credits: Foto di Unsplash/Museums Victoria

Chiunque abbia letto i libri di Agatha Christie conosce certamente la sua penna schietta e arguta. In quest’opera autobiografica trova finalmente voce anche il suo temperamento ironico e autoironico e scopriamo così nuove e interessanti sfaccettature della grande giallista.

Contrariamente a ciò che si potrebbe supporre, questo memoir non è stato scritto durante lo svolgimento degli scavi in Siria. La Christie scrisse queste pagine anni dopo, nella sua casa di Londra, durante la guerra. Era un momento in cui imperversava la paura per i bombardamenti, l’ansia per il cibo razionato, l’atroce incertezza sulla durata del conflitto. Giorni in cui la scrittrice sentiva il bisogno disperato di ritornare coi ricordi a dei luoghi gioiosi nei quali era stata felice. Ricordare la semplicità e la bellezza quasi dolorosa dei paesaggi della Siria.

La pace è assoluta: magnifico. Mi sento travolgere da un’ondata di felicità e soltanto adesso capisco quanto ami questo paese e quanto piena e appagante sia questa vita…

Viaggiare è il mio peccato” (in originale “Come, Tell me how you live”, che contiene uno scherzoso ma intraducibile gioco di parole) era anche la sua risposta alle domande incredule degli amici che, pieni di curiosità, le chiedevano di raccontare questi suoi viaggi in posti lontanissimi, dai nomi impronunciabili e misteriosi. Sicuramente trovavano peculiare che una signora borghese non più giovanissima e anche un po’ in carne fosse la protagonista di tali esotiche avventure.

E invece lei viaggiava di continuo ed era ormai di casa alla Stazione Victoria. Prima di ogni partenza sua sorella la salutava a suon di frasi lacrimose, facendole presente che stava lasciando a Londra parenti, amici e, sopratutto, la figlia. Se in viaggio le fosse accaduto qualcosa avrebbe potuto non rivederla mai più. Ma la Christie non si fece mai spaventare da queste parole. Non c’era niente che la poteva fermare, perché viaggiare era il suo peccato.

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