Narrativa

Come si bacia un serpente

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Crescere in Botswana

Come si bacia un serpente” è l’avventuroso memoir ambientato in Africa nel quale Robyn Scott ripercorre, attraverso i ricordi, la sua infanzia e adolescenza.

Nel 1987 i genitori dell’autrice, Keith e Linda, decidono di andare a vivere in Botswana con i loro tre figli. Entrambi ecologisti e sostenitori della medicina naturale, condividono il sogno di una vita in simbiosi con la natura. Sperano di far crescere i bambini in un ambiente vasto e libero nel quale possano divertirsi a esplorare e a imparare attraverso l’esperienza diretta.

Robyn, Damien e Lulu conoscono il Botswana esclusivamente come il luogo in cui vivono i nonni. Partono quindi carichi di aspettative e pieni di curiosità. Andranno a vivere a Selebi, vicino ai nonni paterni: lo spericolato nonno Ivor, che solca i cieli del Botswana col suo sgangherato aeroplano ed è fonte inesauribile di aneddoti di ogni tipo, e la mite nonna Betty che si gode la quiete della natura.

Tuttavia, quando entrano nella loro nuova casa, che in realtà era una vecchia stalla, la piccola Robyn si sente morire. Lì dentro non c’è niente, nemmeno un vero e proprio pavimento, soltanto polvere, sterco di vacca rinsecchito e tantissimi gechi.

Avevo voglia di piangere: in parte per la delusione, ma soprattutto per la rabbia che mamma e papà avessero scelto questo posto per vivere, con tutti i posti che c’erano al mondo. Ed erano così felici, per giunta.

Lo sconforto della bambina è grande, ma se non altro ha la fortuna di avere una mamma ottimista che non si perde mai d’animo. Linda guarda quello spazio vuoto mettendo in moto la creatività e immaginando come dipingerne le pareti e arredarlo per renderlo accogliente.

L’ottimismo di mamma confinava con la patologia. Scherzava regolarmente dicendo che come epitaffio avrebbe voluto <Far sembrare giuste le cose sbagliate>, parole che Lulu a sei anni, con il mio aiuto, aveva scritto su un biglietto casereccio di buon compleanno, a proposito delle cose che più le piacevano di mamma.

Mamma diceva che l’epitaffio di papà sarebbe potuto essere: <Far succedere le cose, e andare subito avanti>. Papà rispondeva “Metteteci quello che vi pare. Quando me ne sarò andato sarò andato. Per quel che mi importa potete darmi in pasto ai leoni”. Mamma rideva. “Vedi?”

La casa non sarà una reggia, ma non è poi così importante. Fuori dalla porta infatti c’è il Botswana, “una delle nazioni più prospere e democratiche dell’Africa” che col suo vasto territorio è in gran parte deserto e libero.

“La terra delle opportunità” urlò nonno, girandosi verso di me e sterzando bruscamente per rientrare in carreggiata. “Se hai la visione, qui puoi fare qualunque cosa. Paese democratico! Pacifico! Non ancora sfruttato! Guarda quanto spazio.”

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Credits: Foto di Unsplash/Annie Spratt

La loro casa a Selebi è circondata dall’immenso bush africano: terra rossa e polverosa abitata da bassi cespugli spinosi, alberi di mopane e qualche secolare baobab. Non sembrano esserci però i bellissimi animali tipici della savana, ma soltanto scorpioni, ragni, mosche e serpenti. Robyn non sembra affatto entusiasta della nuova sistemazione. Tuttavia, superato lo shock iniziale, i bambini cominciano ad ambientarsi e ad apprezzare il nuovo stile di vita. Il microcosmo di Selebi diventa luogo di magnifiche avventure.

Linda non ha intenzione di mandare i figli a scuola perché è un ambiente, secondo lei, pieno di stress e malsana competizione. Decide piuttosto di educarli in casa leggendogli libri che ne accendano l’immaginazione e la curiosità e andando in avanscoperta nel bush per osservare e conoscere piante e animali. Quando si sentiranno pronti potranno decidere loro stessi di frequentare una scuola tradizionale. La forza creativa di Linda non ha limiti e la donna si inventa ogni giorno un’attività diversa attraverso la quale i suoi figli possano apprendere qualcosa di nuovo.

Tranne qualche incursione nella vicina città di Phikwe per fare compere, la famiglia Scott vive in una zona abbastanza isolata. I bambini quindi crescono giocando principalmente tra di loro e con il quattordicenne Matthews, assunto come giardiniere. Attraverso di lui, nativo del luogo, i piccoli Scott apprendono un sacco di informazioni sul territorio come le sue usanze e, ovviamente, la musicale lingua setswana.

I nonni materni, invece, vivono nel quartiere delle case benestanti degli espatriati inglesi. Un vero e proprio pezzo d’Inghilterra nel bel mezzo del Botswana: villette dai prati verdi e ben tosati, piscine, campi da golf, maneggi e quant’altro. Keith e Linda deridono questo stile di vita ipocrita fatto di cocktail party e discorsi politicamente corretti da parte di chi non conosce altri autoctoni al di fuori della propria servitù.

La piccola Robyn, nonostante tutto, è affascinata da quel mondo e dalle sue attrattive. Non le dispiacerebbe vincere trofei di equitazione sfoggiando un’elegante divisa da cavallerizza. Vorrebbe di fatti poter esprimere la sua indole competitiva e misurarsi con gli altri ragazzini andando a scuola e partecipando a lezioni, test ed esami. I genitori, come è facile immaginare, la prendono bonariamente in giro per questi suoi desideri. In effetti la stessa Robyn, quando rientra a casa nel bush, se ne dimentica perché nella natura selvaggia del Botswana si impara e ci si diverte molto di più.

Come si bacia un serpente” non è un libro che si può raccontare in breve, perché è ricco di personaggi indimenticabili. Ognuno di loro porta con sè vicende e avventure che si intrecciano alla storia del Botswana, alle sue tradizioni, al suo paesaggio e al suo rapporto coi vicini Zimbabwe e Sudafrica. Ciò che Robyn Scott trasmette con questo suo memoir è la sensazione di un’infanzia fuori dagli schemi dove regnano l’immaginazione e la scoperta, in una natura sconfinata e sorprendente.

Il Botswana infatti è un paese che fa emergere lo spirito d’avventura e la capacità di adattamento anche in chi pensa di non averli. Non si può pensare, altrimenti, di sopravvivere in un luogo in cui vi sono più di settanta tipi diversi di serpenti, molti dei quali velenosissimi. L’unica soluzione è imparare a conoscerli, tanto te li ritrovi anche in casa che strisciano o si accoccolano sotto i mobili. Del tutto inutile cercare di ucciderli o vivere nel terrore. Molto meglio fare amicizia con i più innocui e imparare “Come si bacia un serpente“.

“Vedete, ragazzi” disse papà con voce più ferma, con tono nuovamente didattico, “esattamente quello che volevo dimostrare. Questa è l’Africa. Ci si può aspettare di tutto.”

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