Narrativa

Il mio turno per il tè

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Una giornalista in provincia

Il mio turno per il tè” è un ironico memoir scritto da Monica Dickens, pronipote del grande Charles Dickens. In questo libro la giovane scrittrice racconta il periodo in cui ha lavorato nella redazione di un giornale della provincia inglese, il Downingham Post, durante il secondo dopoguerra.

La redazione del Post sorge nel vecchio edificio di un ufficio postale ed è polverosa e “fredda come un obitorio“. Il giornale è in mano ad una pittoresca squadra tutta al maschile: il signor Pellet il rigido direttore restio quanto mai al cambiamento, il redattore capo Murray dall’indole casalinga e metodica, il viscido Victor e il pigro e ubriacone Joe. Una simile banda farebbe passare la voglia a chiunque. E infatti il più giovane della squadra, Mike, si è già messo il cuore in pace e si è adattato al modo di lavorare dei colleghi.

Nonostante ciò, quando Monica arriva al Post è piena di voglia di fare, spera di imparare il mestiere e dimostrare che ne può essere all’altezza. Qualsiasi sia l’articolo assegnatole si impegna a scriverlo in maniera accattivante, sperando che così il direttore la noti e, col tempo, le dia sempre più fiducia. I suoi sforzi sono tuttavia vani. Il signor Pellet sembra innervosito da tutti quegli slanci stilistici e ricorda a Monica che “il giornalismo non è letteratura“.

Ben presto alla ragazza sarà chiaro cosa significhi fare giornalismo in provincia. Innanzitutto si parla solo di notizie locali, principalmente dei processi in corso in tribunale, perchè ciò che succede a livello nazionale non interessa ai lettori. Poi, se le notizie principali non riescono a riempire il numero della settimana, ci si affida ai soliti trafiletti di riempimento: chi ha sposato chi, chi è morto, feste di paese, risultati del cricket e gare di marmellate.

Inoltre, in una redazione minore i ruoli non sono ben definiti come nelle grandi testate e quindi ognuno si ritrova a ricoprire ogni tipo di mansione, alla bisogna. Essendo l’ultima arrivata, su Monica vengono scaricati i compiti più ingrati e noiosi. Tuttavia la ragazza non si perde d’animo, è una lavoratrice umile e instancabile.

Vive in uno squallido pensionato in cui la proprietaria, la gretta signora Goff, è temuta da tutti gli affittuari. Monica si trova presto invischiata nelle vicende – talvolta anche tragiche – e nei segreti degli altri inquilini.

Ogni tanto anche lei, nella sua stanzetta fredda e male illuminata, sente un po’ di solitudine e nostalgia di casa, ma poi subito si riprende e si rimette a lavoro. Scrive incessantemente fino a notte fonda e poi di giorno, in sella alla bici, sfida il freddo e piovoso tempo inglese alla ricerca di materiale per gli articoli.

Ero stata cacciata praticamente da tutti i lavori avuti in vita mia e volevo conservare questo almeno un altro po’.

La sua caparbia dedizione al lavoro non viene però apprezzata dal direttore e dai colleghi, i quali non perdono occasione di sminuire il suo entusiasmo a colpi di “chi ti credi di essere” e sguardi paternalistici, chiedendole comunque perché non si renda utile mettendo su il tè.

Era uno dei tipici approcci con le donne, arrischiare commenti espliciti che avrebbero dovuto farle sottomettere.

Monica è chiaramente colpevole di essere una novellina, una donna e, come se non bastasse, anche bionda. Sono tutti, a eccezione del giovane Mike, affetti da un’ostinata misoginia. L’hanno persino soprannominata Poppy, per via di una volgare vignetta su una bionda dal nome Poppy Pink.

Ma Monica è troppo sveglia per cadere nel tranello e rispondere a tono dando loro la scusa di mandarla via. Preferisce essere un’ostinata spina nel fianco e così li rimbecca a colpi di ironia e va avanti per la sua strada.

Il direttore si girò verso di me. “L’hai scritto tu per caso?”.

“Se fossi stata io” risposi “non avrebbe parlato di un <bel pezzo>”.

Il risultato è che quegli uomini burberi lasciano sempre più intravedere di che pasta sono fatti. Chi di loro è sposato, fa il prepotente sul lavoro perché a casa viene comandato a bacchetta dalla moglie. Chi non è sposato, ha l’aria triste e orsa di un uomo dalla vita privata disordinata e vuota.

La penna arguta e attenta di Monica li descrive con ironia e compassione. Uomini che, nel rivolgersi a lei oscillando tra commenti verbalmente violenti e momenti d’imbarazzato apprezzamento, danno tutta l’idea di essere semplicemente incapaci di rapportarsi a una donna.

Persino il loro giornale riflette questa difficoltà. Visto che il Post si occupa quasi esclusivamente di cronaca giudiziaria, presto Monica si rende conto che è stata lasciata fuori una numerosa fetta di potenziali lettori: le donne. Poco interessate a leggere quello che viene pubblicato dal Post, acquistano altri giornali più interessanti e vari.

Monica intuisce che alle donne piacerebbe, ad esempio, una rubrica che parli di moda, cura della persona, ricette e quant’altro. Tenta più volte di proporlo al direttore, quando si sente un po’ più nelle sue grazie, sperando che prima o poi si svegli e fiuti l’affare.

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Credits: Foto di Unsplash/Museums Victoria

Quando esce “Il mio turno per il tè” nel 1952 Monica Dickens è già al suo decimo libro pubblicato. Nata in una famiglia dell’alta borghesia di Londra, Monica si rivela presto una ragazzina inquieta. Espulsa da una scuola femminile per aver gettato nel Tamigi l’uniforme scolastica prima di essere presentata come debuttante, non si trova a suo agio nella vita senza scopo che le si prospetta a suon di ricevimenti noiosi.

Memore del consiglio datole dai genitori, “prova qualsiasi cosa almeno una volta“, si lancia con entusiasmo nei lavori più disparati. Andrà a fare la cameriera in case facoltose e ne trarrà il libro “Su e giù per le scale” nel 1939. Poi durante la guerra farà un’esperienza come infermiera, che racconterà in “Su e giù per le corsie” pubblicato del 1942.

Dopo la guerra, decide invece di tentare la carriera giornalistica. Tuttavia, vivere comodamente a casa dei suoi mentre aspetta che qualcuno a Fleet Street – sede dei maggiori quotidiano inglesi – si accorga di lei non sarebbe da Monica. Trova così lavoro presso un giornale nella provincia dell’Hertfordshire. I nomi dei luoghi reali nel libro sono stati cambiati, così la cittadina di Hitchin diventa Downingham e l’Hertfordshire Express prende il nome di Downingham Post.

Leggendo le sue peripezie di quegli anni sembrerebbe quasi che Monica sia una ragazza un po’ volubile e impulsiva. Mentre racconta la sua esperienza di giornalista in erba, ci si rende conto di quanto invece sia assennata e volenterosa. Ho amato la sua voce sicura e senza fronzoli, di donna pratica e con le spalle già larghe. I commenti dei colleghi non la scalfiscono minimamente, nè la fanno desistere dalle sue ambizioni.

Questo è un romanzo punzecchiante che si muove più sui toni dell’ironia che della spensieratezza, con qualche battuta fulminante che fa ridere di gusto. Chissà come si sarà divertita a mettere i colleghi alla berlina raccontando tutto in questo libro. Lei, che in quasi quarant’anni di attività di scrittrice ha pubblicato un libro all’anno. Ma questa era ancora la gavetta, i tempi in cui l’unica cosa che non avrebbe proprio dovuto dimenticare era metter su il bollitore per fare il tè.

2 pensieri su “Il mio turno per il tè”

  1. Pietro dice:

    Brava, mantieni il ritmo!!

    1. Ludovica dice:

      Grazie, spero di trovare tanti altri libri entusiasmanti da leggere e condividere!

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