Narrativa

La notte prima di Natale

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Quando il diavolo rubò la luna

La notte prima di Natale“, pubblicato singolarmente in questa edizione, è un racconto che Nikolaj Gogol’ scrisse tra la fine del 1831 e l’inizio del 1832 e che fa parte della raccolta Le veglie alla fattoria vicino a Dikan’ka.

La storia si apre in una fredda notte di Vigilia di Natale, nella quale il villaggio di Dikan’ka è immerso nel silenzio e nella neve. Una figura nera, con la coda appuntita, le gambe lunghe e sottili, la barba da capra e piccole corna si aggira nel cielo stellato.

E’ il diavolo in persona e, con un movimento furtivo e lesto, ruba la luna. Far sprofondare il villaggio nell’oscurità è un modo per vendicarsi del fabbro Vakula, impedendogli così di trovare la strada per la casa della sua amata Oksana.

Al diavolo Vakula sta “più antipatico dei sermoni di padre Kondrat” poiché “nel tempo libero il fabbro imbrattava tele, e aveva la fama di miglior pittore dei dintorni.” In particolare, l’uomo esprime la sua arte dipingendo immagini sacre per adornare le chiese, con evidente fastidio del diavolo.

Come se non bastasse avere a che fare con i dispetti di un essere infido e cornuto, quella notte Vakula deve far fronte anche all’impossibile richiesta della sua amata Oksana.

“E le scarpette della zarina? Te le sei procurate? Procuratele, e ti sposo!”

Così, mentre Dikan’ka è immerso nell’oscurità, il povero fabbro innamorato corre nella neve e si scervella pensando a chi potrebbe aiutarlo a trovare delle scarpette così preziose.

“Vado a trovare il cosacco del Dnepr Pacjùk il Pancione. Dicono che conosce tutti i diavoli e che fa sempre quello che vuole. Vado da lui, tanto in un modo o nell’altro l’anima bisogna dannarsela.”

Credits: Foto di Canva

Rileggere uno scrittore russo dopo tanto tempo è stato un vero e proprio tuffo nel passato, un ritorno a quelle atmosfere magiche che, sin da piccolina, hanno acceso la mia immaginazione facendomi amare follemente la patria degli zar.

Ed è stato proprio così tra le pagine de “La notte prima di Natale“, nel villaggio di Dikan’ka animato dai canti natalizi e popolato di abitanti avvolti in spesse pellicce che si riscaldano mangiando borsch bollente e mandando giù bicchieri di vodka. Qualcuno più ricco si sposta attraversando verste di paesaggi innevati sulla propria trojka trainata da cavalli, mentre gli altri si rifugiano al calduccio confortevole delle proprie izbe di legno.

Ma oltre alla cornice invernale e fiabesca, Gogol’ riesce anche ad essere canzonatorio, arguto e surreale al tempo stesso e mi ero dimenticata quanto mi avesse stupito e divertito leggere “Le anime morte”. Neanche qui mancano gli sberleffi alle debolezze umane e ce n’è per tutti, donne e uomini, cosacchi, diaconi e starosti, nessuno è escluso. E sono piuttosto umane e comiche anche le reazioni e i pensieri di creature decisamente meno terrene, come streghe e diavoli.

Forse, proprio a causa della sua penna spiritosa, Gogol’ non verrà mai accostato a nomi come quelli di Pushkin e Dostoevskij nel firmamento dei grandi autori della Letteratura russa.

Il rischio di definire comica, divertente, allegra, strampalata, lunatica (qui la luna ha un ruolo centrale), un’opera letteraria, è relegarla in secondo piano, escluderla dal novero della letteratura che conta, seria, per gente che conta, seria, matura, come si deve.

Paolo nori

E, invece, è proprio il suo stile così inconfondibilmente stravagante e leggero, da raccontafavole, a rendere le sue opere radiose come stelle che brillano in un cielo notturno. Perché, come diceva Nabokov, leggere Gogol’ ci ricorda “che la differenza tra il lato comico delle cose e il loro lato cosmico dipende da una sibilante.

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